L’aderenza terapeutica: la figura del farmacista e lo “switch farmacologico”

Copertina - L’aderenza terapeutica: la figura del farmacista e lo “switch terapeutico”

di Emanuele Crosti
 
Nei paesi sviluppati si è avuto, negli ultimi 50 anni, lo spostamento epidemiologico dalle malattie di tipo “acuto” a quelle di tipo “cronico”, con notevoli variazioni degli attori coinvolti, delle risorse richieste e dei modelli di cura – in primo grado la durata della stessa e il relativo esito.

Parlando di attori coinvolti non si può non introdurre la fondamentale figura del farmacista territoriale che insieme al medico di base, allo specialista e all’infermiere territoriale (dove disponibile) sono a contatto diretto con il paziente diversamente dall’ultimo attore coinvolto, il Sistema Sanitario Nazionale.

 
E proprio dal farmacista, il cittadino dovrebbe concludere il processo prescrittivo, informativo e formativo, iniziato nello studio del medico di base o dello specialista a seconda dei casi. Le intenzioni e le azioni del medico devono dare un matrimonio felice con quelle del farmacista, una comunicazione sinergica rafforza l’aderenza al trattamento, così come un atteggiamento criticamente prevenuto da parte di una delle due figure può rinforzare negativamente la possibile sfiducia del paziente nell’efficacia della cura.

Il farmacista si può trovare a rispondere alle domande che il cittadino non ha potuto o non si è sentito di rivolgere al medico e che invogliato magari dall’ambiente meno formale, ora si sente di fare.
 
 
Anche in questo caso il tempo che il farmacista può dedicare in termini di:

  • informazioni generali;
  • “counseling farmacologico”;
  • spiegazioni dei possibili effetti collaterali;
  • gestione farmacologica dello switch (sostituzione) di un medicinale “di marca” con un generico o fra generico a generico;

è di sostegno all’aderenza terapeutica.

Lo switch farmacologico può avvenire fra medicinali diversi della stessa classe farmacologica, per inefficacia terapeutica o per bassa tollerabilità personale al singolo principio attivo o, come già indicato, fra un medicinale “di marca” e uno equivalente per ridurre al cittadino la spesa farmaceutica – sempre troppo alta ai suoi occhi specialmente perché protratta nel tempo e per un periodo indefinito.

Con lo sviluppo e la diffusione dei farmaci generici, il consiglio competente del farmacista acquista ancora più valore agl’occhi del paziente che si trova a dover scegliere fra farmaci con il medesimo principio attivo, diversi eccipienti e nomi meno rassicuranti del solito brand.
Numerosi studi hanno dimostrato che se lo switch non è accompagnato nel modo corretto, specialmente nel caso di presenza di deficit cognitivo o di lieve demenza senile, porta alla riduzione dell’aderenza alla terapia. Acquistano rilevanza le lievi reazioni avverse che possono avvenire nello switch da brand a generico, magari per eccipienti diversi o per delle raffinatezze di composizione che un farmaco generico ugualmente valido non può avere per ragioni economiche.

Lo switch crea ulteriore confusione al paziente, specie se anziano, che è abituato a riconoscere il farmaco in termini di forma, dimensione, colore della confezione o della compressa – sempre sperando che il nuovo regime terapeutico non alteri anche gli orari abitudinari di assunzione…
 

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In ogni caso la proposta di switch che nasce dal medico e deve risultare comunque convincente agli occhi del paziente, dovrebbe essere sostenuta e valorizzata dal farmacista per dare continuità all’azione terapeutica.

Se il farmacista avesse dei dubbi sull’inadeguatezza o incoerenza dello switch dovrebbe sempre prima mediare attraverso il paziente, consigliandogli un incontro chiarificatore con il medico prescrivente. E solo nell’eventualità di evidenti difficoltà del paziente potrebbe prendere contatto diretto con il clinico, mantenendo sempre con un atteggiamento di positiva collaborazione.